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Tasse in Italia

February 20, 2018

 

 

“Se si muove, tassalo. Se continua a muoversi, regolalo. E se smette di muoversi, prova con i sussidi”, così descriveva Ronald Reagan il comportamento dello Stato agli inizi degli anni ’80.

Purtroppo in Italia questa visione miope non è mai tramontata, si cerca di tassare fino al limite e se questo poi viene superato si cerca di rimediare (ma neanche tanto) con contributi o sussidi. Questa comportamento ha portato negli anni ad un’alta pressione fiscale, intricate norme eterogenee spesso in conflitto, e sussidi, sgravi ed incentivi del tutto inefficaci, inutili e distorsivi.

Il sistema fiscale italiano è inoltre composto da regole complicatissime ed adempimenti burocratici borbonici nei quali il contribuente cerca di districarsi per non essere travolto.

In questo quadro di estrema complessità il sistema fiscale italiano esprime la sua pressione media a livelli da record del 43/44%; non è quindi difficile capire perché paesi come gli Stati Uniti che sono al 26% riescano ad avere una economia più florida e rigogliosa; non per altro l’Italia del boom economico aveva una pressione fiscale media del 27%.

L’elevata pressione media unita all’estrema frammentazione del sistema porta inoltre spesso ad aberrazioni fiscali dove il contribuente si trova a dover pagare livelli iniqui o addirittura eccedenti al proprio reddito.

La sola alta complessità del sistema fiscale ha di per sé un forte potere depressivo dell’economia che si concretizza in 60 Mld € (oltre il 3% del PIL) di costi per i contribuenti; rappresenta inoltre un fattore competitivo negativo in quanto un’azienda che vuole approcciarsi al mercato unico europeo cercherà di aprire la propria sede in uno stato membro che garantisca maggiormente regole chiare e adempimenti modesti. Regole così complesse se del tutto incompatibili con lo stato di diritto e ne minano le fondamenta.

In questo quadro estremamente problematico una nuova e radicale riforma non si può concretizzare solo con una drastica diminuzione della pressione fiscale, ma anche con una decisa semplificazione dell’intero sistema. Oramai non è più possibile intervenire unicamente sulle aliquote, la base imponibile o il sistema delle deduzioni e detrazioni; bisogna pensare a modificare il sistema nella sua interezza con una forte impronta semplificatrice. In tale ottica sono da eliminare le centinaia di imposte e tasse che riempiono il nostro quotidiano e che immobilizzano le piccole imprese e soffocano i contribuenti, basti pensare alle tasse sull’ombra, sui gradini, alle imposte di registro, ipotecarie e catastali, ai bolli e quant’altro.

Parimenti sarebbero da eliminare tutte le imposte e tasse che hanno un effetto distorsivo dell’economia; ad esempio l’IRAP (governo Prodi), che si calcola non solo sui costi dei finanziamenti, ma anche sul costo del personale rendendo di fatto più conveniente sostituire la forza lavoro con l’automazione. O a tasse del tutto nocive come il superbollo automobilistico (governo Monti) che a fronte di entrate modeste ha decapitato un intero segmento del comparto con un enorme danno per lo stesso erario, infatti si calcola che il mancato gettito della sola Iva per la contrazione del settore è stata più che doppia rispetto all’incasso della nuova imposta. Anche l’IMU (governo Monti) deve essere completamente ripensata e riformulata; passandola da patrimoniale che ha contribuito a distruggere il motore pulsante dell’economia italiana creando contemporaneamente oltre mezzo milione di disoccupati, a semplice service tax. Vanno inoltre azzerate tutte le tasse che creno svantaggi competitivi rispetto agli altri stati dell’unione monetaria, in quanto impattano direttamente sulla capacità di spesa e sul reddito disponibile dei cittadini costituendo di fatto un ulteriore aggravio della tassazione sui redditi; in tale senso devono essere ripensate le accise sui carburanti, non è pensabile competere con altri stati dove il costo dei trasporti è del 40% inferiore.

Partendo dall’attuale situazione, una forte semplificazione avrebbe già un impatto sul Pil per la sola riduzione degli adempimenti fiscali; se a questa si aggiungesse una forte diminuzione della pressione fiscale media (flat tax) si avrebbe sicuramente nel medio periodo una consistente spinta all’economia, con una conseguente riduzioni della disoccupazione.

È necessario uscire completamente dall’attuale paradigma costituito dalla spirale depressiva innescata da un continuo e sistematico aumento della pressione fiscale mediante leggine di bilancio dell’ultima ora e sempre crescenti adempimenti, falsamente giustificati dalla lotta all’evasione. Un fisco più semplice, equo e meno invasivo sono l’unica base possibile per la crescita economica ed anche una riappacificazione tra contribuenti e Stato unica vera soluzione al problema dell’evasione fiscale.

Non è più tempo di pensare a modifiche marginali del sistema fiscale, dobbiamo apportare cambiamenti radicali, ovvero bisogna ristudiare e riformare l’intero sistema. In quest’ottica la flat tax si inserisce quale primo tassello di una rivoluzione fiscale, dove lo Stato dovrà ridurre la sua ingerenza, non tanto nei servizi e nel welfare di base quanto nella determinazione ed ingerenza nel quotidiano dei cittadini.

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